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La prima riflessione da fine periodo e’ sulla riscoperta delle parole.
Parlando e spesso pensando in un’altra lingua capita di tornare all’italiano in maniera differente, o magari di arrivarci tramite connessioni straniere strane e finire per chiamare le cose in modo diverso dal solito.
L’esperienza lavorativa a Londra non e’ stata per nulla piacevole. Per un’insieme di ragioni, per un’insieme di persone, quel classico insieme di circostanze per cui, anche se sarebbe facile, non puoi onestamente e lucidamente ascrivere la colpa ad una persona sola. Ci puo’ stare che sia anche colpa mia, probabilmente ho sbagliato ad accettare questo lavoro che sto lasciando, ma in un’ultima analisi penso che ci siano colpe innegabili di un altro insieme di persone. E quando ho detto che sai che c’e’ me ne vado, tutti o quasi a chiedermi scusa, hai ragione, effettivamente.
(perche’ premettiamo io sono contentissima del ricongiugimento famigliare e di andare a Parigi, ma sono furente per come sono andate le cose a Londra. Non avrei voluto decidere di andarmene ora)
E li’ ho capito il significato della parola soddisfazione. Quella che viene usata nei film sull’ottocento, quando qualcuno lancia il guanto, afferra l’arma e dice “voglio soddisfazione!!”.
Non avevo mai capito che cosa si intendesse per soddisfazione in quel contesto. Adesso lo so. Perche’ non me ne frega niente delle scuse, del mi dispiace, del grazie per, etc etc. Vorrei avere adesso ed in un colpo solo la soddisfazione che mi e’ stata negata, la piena restituzione del torto subito, dell’anno professionalmente buttato via. Come non e’ possibile, che temo il fioretto sia fuorilegge. Ma le scuse non bastano proprio, restano in superficie.
Questo blog langue troppo silente, e con lui – me ne duolgo- i miei passaggi su blog altrui. E’ che lo svuotamento casa è un mostro a tredici e più teste che richiede la dedizione costante di tutte le Anne presenti, passate e future. Mentre soppeso la rilevanza cosmica di vestiti e suppellettili vengo sovente colta da massime universali riflessioni che meriterebbero post seduta stante, ma l’accatastamento di oggetti e polvere qua e là rende arduo il raggiungimento di Mac e mi ostacola la memoria anche a brevissimo termine.
Un quesito solo ha per ora superato lo sbarramento suppellettiloneuronale:
* In condizioni normali, una donna quanti jeans e quanti pantaloni neri dovrebbe avere? *
Al Louvre per evitare le code, si possono comprare i biglietti prima, online, o anche nei negozi fnac. Fatelo. Anche se qualcuno a cui volete un sacco bene vi dice ma no dai nerd esagerata li farai lì al momento. Che al Louvre c’è coda. Sempre. Anche in un martedì qualsiasi di Marzo. Anzi. C’è più coda del solito. Roba da girare i tacchi e dire, va beh, vado a vedere il Centre Pompidou. Che il martedì è chiuso.
(la Gare d’Orsay già la vidi. Magnifica)
Non ce n’è come innamorarsi di un’artista per star male.
… spendere tre ore in una manciata di metri quadri per ritrovare quel documento indispensabile che ” lo metto in questo posto intelligentissimo così sicuro sicuro che lo ritrovo al volo”.
Quello di Fabrizio sulle compagnie aeree e i voli intercontinentali. Io infatti ringrazio il babboNerd di avermi preventivamente insegnato questo, che fatto check in è tutta responsabilità dell’aerolinea quella di portarti a destinazione, su un aereo o l’altro e di eventualmente pagarti notte perse. Da allora sono in pace, do’ solo fuori di matto nelle code interminabili al check in. Check in online for ever, for me.
E poi Fabrizio ha una ragione suprema su questo – e andrebbe insegnato alla scuole dell’obbligo. Che i tizi che stanno al controllo passaporti etc in US sono esseri del tutto temibili e irragionevoli. Io qualsiasi cosa mi dicano sorrido e sono accomodante, secondo me è la cosa migliore. Tanto mica ti ascoltano, che non sono programmati per questo.
… nel comodino di ogni albergo e affini trovi sempre la bibbia e le pagine gialle (una volta sola ho trovato anche un libro sul buddismo)
(continua da prima)
Caro diario,
oggi ho anche imparato che non si pubblicano post a piedi nudi. Che poi scatta l’allarme anticendio e mi tocca stare per un quarto d’ora fuori al gelo con le infradito da piscina. Certo come rompighiaccio ad una conferenza non è niente male. Adesso pensano tutti venga dall’Alaska.
Ieri tutte le Anne languivano sulla poltrona del dentista, quando .. zot! eccoci di nuovo bimba coi codini, la gonna scozzese e la calzamaglia di lana rossa che fu best seller della stagione 82-83. Il miracolo è opera della Gentile Igienista che con sorriso smagliante e occhioni scintillanti ci illustrava le nuove e progressive sorti della pulizia dentale.
Che fo’? Latito? Ma no. E’ che sto qua a casa e osservo l’aceto di mele. Che l’altro giorno Lui ha decretato che il filtro del lavandino andava messo in aceto. Però ci piangeva in cuore a metterlo nell’aceto balsamico. Ed è saltata fuori una bottiglia di aceto di mele che non si sa quale Anna ha portato in casa. Si era titubanti, che l’aceto di mele biologico non fosse così incattivito da corrodere il calcare. E invece è venuto via che è un piacere, ancor più lasciandolo al sole. Tanto che, dopo Lui se ne è andato, io ci ho buttato tutta la cornetta della doccia in una bacinella di aceto di mele. Adesso la mia casetta ha un olezzo tutto suo, ma anche la cornetta della doccia è fresca e scintillante.
Io guardo l’aceto di mele, ancora, e penso alle scadenze di lavoro che non si sa bene come si avvicinano giorno dopo giorno. Però non ho una vasca, vedete.











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